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L'INDUSTRIA CHIMICA IN CIFRE

Dati e analisi per conoscere meglio l'industria chimica

L'obiettivo è rendere disponibili, in modo semplice, le informazioni necessarie per la comprensione delle problematiche dell'industria chimica, del suo ruolo e dei suoi trend evolutivi nel mondo e in Italia. Ogni sezione tratta un argomento specifico accompagnando al testo alcune tavole.

L'insostenibile costo dell'energia e le arretratezze infrastrutturali

Nell’industria chimica gli acquisti di materie prime e semilavorati ricoprono il 58% del valore della produzione, mentre le spese per i servizi (energia inclusa) il 20%. Il valore aggiunto generato è pari al 22% del valore della produzione, ripartito tra spese per il personale (11%) e MOL (10%).

Poiché la trasformazione della materia richiede l’utilizzo di energia, la chimica risulta il primo settore industriale per consumo di gas naturale e il secondo per consumo di energia elettrica.

Di conseguenza, l’energia rappresenta una voce di costo importante per il settore: essa incide per circa il 5% sul valore della produzione, con punte particolarmente elevate nella chimica di base, nei gas tecnici e nelle fibre. L’energia elettrica rappresenta il 65% dei costi energetici sostenuti dalla chimica in Italia, il gas naturale il 23%, i combustibili liquidi (benzina, gasolio, olio combustibile, GPL) il restante 11%.

L’incidenza del costo dell’energia sul valore aggiunto, pari a circa il 24% escluso l’uso come materia prima, evidenzia il forte impatto negativo che un divario di costo dell’energia rispetto agli altri Paesi provoca nell’industria chimica in Italia in termini di competitività e di minor capacità di remunerare i fattori produttivi (definita, appunto, dal valore aggiunto).




Diapositiva 8.2

Nonostante i processi di liberalizzazione, il costo dell’elettricità per le imprese industriali in Italia resta più elevato della media degli altri principali Paesi europei del 28%. Grazie alle recenti normative, tale divario si è ridotto per gli energivori, mentre resta elevato per le altre imprese.

In effetti il divario effettivo risulta anche più ampio in quanto il dato rilevato da Eurostat non tiene conto della compensazione dei costi indiretti nello schema europeo ETS (per i maggiori costi dell’elettricità) praticata da molti Paesi, ma non dall’Italia. I danni causati da questa situazione sono destinati ad incidere sempre più, sia per la diminuzione delle quote gratuite a disposizione sia per il progressivo aumento del valore delle quote ETS da consegnare.


Diapositiva 8.3
Con riferimento al gas naturale, le imprese energivore in Italia soffrono di una doppia penalizzazione in quanto, oltre a pagare un extra costo sul prezzo all’ingrosso, non beneficiano di un meccanismo di agevolazione su fiscalità e parafiscalità. Un ulteriore effetto penalizzante per l’Italia deriva da una distorcente applicazione in Europa dei meccanismi delle tariffe di transito gas. La normativa europea ha aperto la strada all’adeguamento della normativa nazionale per esentare le imprese a forte consumo di gas dal pagamento di una quota degli oneri derivanti dalle politiche climatiche, ma tale riforma non è stata ancora perfezionata.

Diapositiva 8.3-bis


La chimica è particolarmente sensibile all’alto costo dell’energia in Italia in quanto, più di altri settori, unisce un’elevata intensità energetica (0,08 migliaia di tep per milione di euro di fatturato che diventano 0,18 se si considerano anche gli usi come feedstock) ad una forte esposizione alla concorrenza internazionale (quota di fatturato all’export superiore al 50%).

In effetti, il divario nei costi energetici è il più grave fattore di potenziale delocalizzazione delle produzioni chimiche italiane, non solo verso aree lontane e a basso costo, ma anche verso altri Paesi europei come la Francia.


Diapositiva 8.4


Anche la logistica è una componente strategica per l’industria chimica, con un’incidenza di costo sul fatturato intorno al 9%. A causa di arretratezze infrastrutturali mai colmate, il costo della logistica in Italia è di oltre il 25% superiore a quello degli altri maggiori Paesi europei, penalizzando fortemente la competitività delle imprese italiane a livello internazionale.